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Maat, la legge del Re.

Scheda egittologia n°41

Maat, la legge del Re.                                 

L’atto della creazione del mondo, per gli antichi egizi consisteva, a prescindere dalla versione che n’è data, nel far emergere dal caos iniziale, generalmente descritto come un indistinto oceano primordiale popolato da esseri indefiniti, il Nun, un universo organizzato e strutturato. Su questa concezione s’innesta la creazione dello Stato, conseguenza diretta dell’opera del demiurgo fondatore anche della regalità.

Essenza di Re

Ai principi della creazione se ne affiancano e manifestano altri due, essenziali ma contrapposti:

1. Maat, che per un reggente è sinonimo d’armonia indispensabile allo sviluppo di una struttura statale.

2. Isefet, che incarna tutte le possibili forme di turbamento, naturali o antropiche: terremoti, tempeste, guerre civili, carestie ecc.

A fronte di ciò, per garantire prosperità allo Stato, uno dei più sacri doveri del sovrano egizio consiste nel permettere a Maat di trionfare su Isefet come indicato nelle profezie di Neferty: "Maat tornerà al suo posto, una volta che Isefet sarà stata cacciata".
Presente come concetto astratto nella III dinastia, nel corso dell'Antico Regno Maat comincerà a essere rappresentata come divinità femminile dalla testa ornata da una fascia che trattiene una piuma di struzzo. Il simbolo che evoca leggerezza, purezza, indica la giustizia, aspetto al quale, probabilmente, si riferisce il titolo "Profeta di Maat" attribuito ai direttori delle sei Grandi Corti, i ministri della giustizia, a partire dalla V Dinastia.  
La stessa idea è sviluppata negli insegnamenti morali e nelle autobiografie private risalenti alla fine dell'Antico Regno, mentre nei testi del Primo Periodo Intermedio ricorre l'espressione "elevare Maat per il Grande Dio, signore del cielo". Si riconoscono le premesse, in un contesto privato, dell'offerta o della presentazione di Maat da parte del re, rito documentato solo a partire dal regno di Tuthmosis III e che riassume questo aspetto essenziale della funzione monarchica.  
I concetti materializzati dalla dea mutano insieme all'ideologia regale fondendosi in un’unica essenza, come vari inni del Nuovo Regno precisano. In molti scritti si afferma che gli dei, come i sovrani, vivono di Maat, come indicato da Hatshepsut che dichiara: "Ho esaltato la Maat che lui (il dio) ama, perché so che vive di lei. Lei è il mio pane e bevo la sua rugiada, essendo un solo corpo con lui". Con il regno di Sety I l'offerta della dea è sempre associata all'offerta del nome regale, rimarcando l’unione dei principi di Maat con il Sovrano fusi nella sacralità della titolatura reale.

Sempre vittoriosi

Le narrazioni che gli egizi fecero delle loro divinità in templi, tombe e papiri, evidenziano gli stretti legami che univano il re con gli dei, la storia e il mito, la ricercata integrazione di avvenimenti terreni con quelli attribuiti agli esseri superiori.  
Lo studio dei dati storici certi e delle figurazioni che non corrispondono a un contesto militare e politico totalmente reale, introduce la questione del significato di tali allusioni in ambito religioso, proprio con riferimento all’ordine di Maat, ripreso pienamente dal mito supremo di Osiride nella furiosa guerra tra Horus e Seth, tra bene e male, tra equilibrio e caos.
Le consuete raffigurazioni sulle pareti dei templi di evocazione di campagne militari del faraone in terre straniere, contribuiscono all'affermazione della forza regale indispensabile all'esercizio delle sue funzioni, siano esse belliche o religiose. La rappresentazione di vittorie egizie, tuttavia, o la presenza di determinati paesi in liste di regioni sottomesse al potere del sovrano, non deve per forza basarsi su una situazione precisa e definita necessariamente a favore di faraone perché il rito possa compiersi: la vittoria è una necessità intrinseca, metterla in discussione significherebbe ammettere la legittimità del caos.
Per questo motivo gli egizi riprodussero costantemente scene di massacro di nemici, dagli albori della loro cultura millenaria fino al termine. Il più antico esempio conosciuto compare sulla mazza del re Scorpione, i più recenti sui piloni dei templi di epoca romana. Il sovrano è raffigurato nell'atto di afferrare i nemici per i capelli, brandendo con l'altra mano una mazza. Nel corso del tempo il motivo iconografico si arricchisce, mantenendo, però, intatta la valenza originaria. La scena, che commemori o no una vittoria coeva, è espressione di un rito apotropaico volto a salvaguardare il paese dai nemici, potenziali o reali. I racconti e le rappresentazioni particolareggiate delle vittorie infondono una nuova forza al rito, conferendogli verosimiglianza. Queste evocazioni, soltanto sporadiche nel Medio Regno, si moltiplicarono e occuparono intere pareti a Karnak, nel Ramesseo, a Medinet Habu nel momento in cui l'Egitto estese i propri confini in Nubia e in Medio Oriente.
In questo contesto, la caccia era equivalente alla guerra. A partire dall'Antico Regno sui muri dei templi funerari il re fu rappresentato nell'atto di arpionare l'ippopotamo, simbolo delle forze del male minacciose dell'esercizio della monarchia e la pace a essa necessaria.
Più tardi, durante il Nuovo Regno, Tuthmosis III, Amenofi III e Ramesse III saranno celebri rispettivamente come grandi cacciatori di elefanti, leoni e tori selvaggi, rimarcando la supremazia della Maat sul caos.

Fine

 
 
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