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Egittologia: L'Insegnamento di Ptahhotep

Scheda egittologia n°36

L’Insegnamento di Ptahhotep - II parte

Il testo sapienziale noto come "Insegnamento di Ptahhotep" ci è pervenuto non in originale della V dinastia, ma in copie più tarde, tanto che la più antica, il papiro Prisse, risale al Medio Regno. L’opera, diffusissima tra gli studenti dell’epoca perché regolarmente copiata nel corso del loro apprendimento, divenne molto popolare sia nella sua versione originale sia come filone letterario: nel papiro Chester Beatty Ivv Ptahhotep è citato fra gli scrittori più sapienti d'Egitto.

L’ideologia del funzionario

Passo tratto da “L’antico Egitto” a cura di Claudio Barocas

Sarebbe vano voler trovare in questa serie di consigli (Insegnamento di Ptahhotep) dei valori di tipo etico universale, tale e tanta è l'aderenza agli ideali di una categoria di persone storicamente ben definita. Eppure, il fatto che il testo sia stato ampiamente ricopiato in epoche più recenti dagli antichi Egiziani lo ha rivestito di quel carattere ideale che probabilmente in origine non aveva.
Tutti i consigli dati da Ptahhotep al figlio riguardano esclusivamente norme di comportamento sociale, e trovano la loro giustificazione soltanto all'interno del funzionamento della società, mai in formulazioni astratte o in principi che possano porre l'individuo in contrasto, se necessario, con essa. Ciò che conta in primo luogo è conservare quanto meno e, se del caso, migliorare la propria condizione sociale, la quale è legata innanzitutto alla conservazione dei propri privilegi, e alla capacità di consolidarli onde trasmetterli ai figli. Il meccanismo sociale funziona tanto meglio quanto più esso viene difeso da mutamenti e da attriti. Di qui l'ideologia del figlio “obbediente” che trasmette per generazioni la morale dei padri; di qui la necessità di godere (e di non mettere a repentaglio) di quel prestigio sociale che abbiamo visto legato a tutto un complesso apparato ideologico. Essenziale in questo senso è che il figlio riesca a godere dei favori del sovrano, garanzia ultima di potere. È la figura del sovrano che, in ultima analisi, determina anche il comportamento nei riguardi degli altri “grandi” di questa terra, che con le loro parole o azioni potrebbero metterlo in cattiva luce. In questo senso appare in tutta evidenza il carattere non universale del testo: chinare la schiena al superiore per mantenere i privilegi (“la tua casa sussisterà sulle sue basi”) ha senso soltanto quando sia possibile un'alternativa, quella di non chinare la schiena. Il problema non si pone certo in questi termini per i contadini, i quali vengono costretti a chinare la schiena non per scelta comportamentale, ma perché, appunto, non hanno alternative. Così il discorso di Ptahhotep da una parte rimane chiuso all'interno di un certo giro di persone, che sono i rappresentanti del potere, d'altra parte, e appunto per questo, diventa significativo dell'ideologia del settore più caratterizzante della popolazione. Non sarà che più tardi, quando i rapporti tra funzionari e sovrano si configureranno in modo diverso, che quello che è un testo di norme di comportamento sociale, assumerà valore di etica.
Stando così le cose tutti i riferimenti del testo dovranno essere rapportati all'interno di una cerchia di persone di pari grado, potenzialmente, nella società. Il più o meno grande, al limite anche quello privo di risorse, andrà inteso come persona pur sempre di un rango che gli offre la possibilità latente di disporre di mezzi. Siamo ben lontani dalla mentalità dell'uomo che “dal nulla” si costruisce una posizione; questo nulla è pur sempre qualcosa di relativo. Resta, come di consueto, che una prima lettura si presta a considerazioni sulla “modernità” sconcertante del testo, non solo, ha permesso che il testo fosse preso a modello in epoche in cui la situazione sociale presumibilmente non corrispondeva più a quella per la quale fu scritto.
Basti pensare alla definizione che vi si dà della moglie: ella va amata perché “è un campo utile per il suo padrone”, una formulazione estremamente “moderna” e, se presa in sé, applicabile in più di un contesto sociale, non ultimo quello nostro contemporaneo. Altrettanto vale per l'invito a non appropriarsi dei beni del prossimo, affinché egli “non sia obbligato a portare lagnanza contro di te”. Nella sostanza, ciò che conta per Ptahhotep è il giudizio del prossimo, non il rispetto di una legge morale, metastorica, non il rispetto di una norma giuridica. Il che significa, volendo, che le norme sociali vigenti tra i funzionari dell'Antico Regno si costituiscono come entrambe le cose e sono in grado di sortire lo stesso effetto. Che esse debbano valere per tutta la società nel suo insieme è sicuramente un'esigenza “nostra”, nata dal principio, che del resto è pur sempre soltanto un principio, dell'eguaglianza di tutti. Non avendo in alcun modo bisogno di tale principio, né d'altra parte proclamandolo nemmeno formalmente, i funzionari dell'Antico Regno possono esprimere serenamente i loro ideali senza rischio di essere fraintesi, senza sentire contrasto tra norma e prassi morale, realizzando, in ultima istanza, un altissimo grado di integrazione tra ciò che è e ciò che deve essere e tra ciò che deve essere e ciò che può essere.
Gli Egiziani riuscirono ad elaborare un sistema di vita in cui ogni cosa e ogni persona fosse posta in una relazione di doppia determinazione; ciò vale un po’ per tutti gli ambiti e le attività, compresa anche la morale: lo “stare al proprio posto”, principio basilare per la morale di tutte le epoche dell'antico Egitto, è quella norma che è morale in quanto accettata da tutti ma è accettata da tutti perché è morale.

Ptahhotep

Poche sono le informazioni sul nobile Ptahhotep (V dinastia - 2420-2380 a.C. circa) funzionario che prestò servizio sotto re Djedkare Isesi. Di notevole interesse è la sua tomba di Sakkara, ubicata, come altre, ad occidente della piramide Djoser e condivisa con il padre Akhuthotep. Le immagini presenti in essa sono tra le più belle e significative dell’arte egizia, sia per la qualità dei rilievi sia per le raffigurazioni. Accanto a scene di presentazione di offerte, di caccia e di svago risaltano i servi che accudiscono il loro padrone, frizionandogli le gambe e porgendogli gli accessori da toeletta. La scena di una giostra acquatica in cui gruppi di uomini si scontrano su barche di papiro cercando di far cadere gli avversari in acqua per mezzo di lunghe aste, svela l’identità del “capo degli artisti”: è Ankheptah, raffigurato seduto mentre un ragazzo gli versa da bere.  

Fine

 
 
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